venerdì 4 maggio 2018




LA TREMENDA VICENDA 
DELL'OSTE DI BIAE E 
DELLA SUA LOCANDA A VENEZIA
di Alberto Tosi Fei

Si dovrebbe alla figura leggendaria di Biagio Cargnio, lungo il Canal Grande, la denominazione di Riva de Biasio. Secondo una antichissima storia veneziana Biasio, così come era conosciuto da tutti, era un oste che al principio del Cinquecento aveva lì la sua locanda. E il nome della riva sarebbe rimasto malgrado i tentativi della Serenissima di cancellarne la memoria. Non esiste veneziano che, bambino, non si sia sentito raccontare la vicenda dell'oste Biasio. Erano oramai alcuni anni che la taverna di Biasio era celebre per il suo sguazeto, l’intigolo di carne, insuperabile nel gusto. Quale splendido segreto, quello dell’oste! In tutto quel tempo nessuno era riuscito a fargli dire quali ingredienti mescolasse nella pentola; non dovevano essere poi tanto costosi, visto che Biasio vendeva le sue scodelle di sugoso spezzatino veramente a buon prezzo. Sembrava non pagasse nemmeno la carne! Fosse solo lo sguazeto, poi! La sua fama di luganegher si era sparsa fino in terraferma, e non c’era barca proveniente da Mestre che non fermasse all’osteria per far scorta delle fantastiche salsicce del Cargnio. Un giorno uno squerarolo che stava pranzando nell’osteria, nella foga di finire quel ben di Dio portò la scodella alla bocca per rovesciare fino all’ultima goccia di intigolo nello stomaco; fu in quello che qualcosa di duro, forse un pezzettino d’osso, gli rimase tra lingua e palato. L’uomo lo sputò sul fondo della scodella, ma al momento di appoggiarla sul tavolo l’occhio cadde su quello strano ossicino. Guardò meglio, e trattenne a stento un urlo. Sul fondo della scodella – non c’era verso di sbagliarsi – stava un piccolo pezzo di dito di bambino. 
Si alzò, e si accorse di essere completamente sudato. Vincendo una naturale ripugnanza, trovò la forza di raccogliere il ditino e di avvolgerlo, di nascosto, nel fazzoletto; poi pagò e uscì. Un minuto dopo la bottega del salsicciaio era piena di gendarmi. Nessuno di loro dimenticò mai, da quel momento, lo spettacolo che si presentò ai loro occhi nell’entrare nel retrobottega: ovunque erano sparse piccole membra di bambini. Viscere, arti, minuscoli organi coi quali Biasio preparava le proprie saporite pietanze. Al Cargnio non rimase che confessare le atrocità commesse. La Quarantia Criminale non attese oltre: Biasio fu trascinato da un cavallo dal carcere alla sua bottega, e qui gli furono mozzate le mani; con queste appese al collo, l’oste fu prima torturato con delle tenaglie e poi portato in Piazzetta San Marco, dove fu decapitato tra le due colonne. Il suo corpo, tagliato in quarti così come aveva fatto coi bambini, fu esposto su delle forche in quattro diversi luoghi della città. Anche l’osteria e la casa dell’uomo furono rase al suolo. Ma da allora in poi, per i veneziani, quella rimase la riva “de Biasio”, malgrado in loro questo nome evochi il terrore di tante piccole vittime sconosciute, ed il loro muto dolore. E sebbene non vi sia nessuna prova storica dell’esistenza dell’oste e della sua bottega, la vicenda è entrata prepotentemente nell’immaginario veneziano, al punto che su questo luogo esiste anche una canzoncina ottocentesca, le cui parole – messe in bocca a una madre – fanno pressappoco così: “Su la riva de Biasio l’altra sera / So andada col putelo a ciapar aria, / ma se m’a stretto el cuor a una maniera / che la mia testa ancora se zavària: / me pareva che Biasio col cortelo / tagiasse a fete el caro mio putelo!”

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