sabato 5 marzo 2016

LE CIOVERE DI CANAREGIO

Il rio di Canaregio (lo so che tanti lo scrivono con la doppia -n-, ma a me sembra più giusto così) è una delle più importanti vie d’acqua cittadine. Importante e interessante, perché sulle sue rive, da una parte e dall’altra, oltre le fondamente rispettivamente di Canaregio e di San Giobe (Agiopo “more veneto”), si aprono calli, corti e campielli i cui edifici - vecchi, nuovi , riadattati–i quali testimoniano, forse anche con maggiore chiarezza che altrove, lo scorrere del tempo e la stratificazione della storia. Zona popolare, che molti si ostinano a chiamare Venezia “minore”. Ma minore rispetto a cosa? Ai centri del potere e ai suoi luoghi deputati, sì certamente; e sì anche rispetto ad alcune cattedrali dell’arte ormai istituzionalizzate, nonché alle più aperte ostentazioni di opulenza che si trovano sparse per la città. Perché questa è ed è sempre stata una zona popolare , diciamo pure povera . ma paradossalmente, proprio questa, oggi è la sua ricchezza. Perché qui ancora oggi è possibile scoprire l’evolversi nel corso dei secoli delle diverse dinamiche sociali, leggere le testimonianze delle antiche occupazioni, ricordare l’insorgere e il tramontare di nuove imprese, cogliere i segni di interessi e passioni variamente configurati, e, infine, decifrare le tracce lasciate nel tempo dalle varie manifestazioni di fede, devozione, solidarietà da parte della popolazione. Insomma, una Venezia per nulla “minore” quando si considerino il respiro della vita e le istanze dell’umanità.
Verso la parte terminale del rio, che sarebbe più corretto definire iniziale, laddove sembra “sfociare” in laguna (ovviamente, è il contrario: dalla laguna è l’acqua che entra in città) un tempo lo spazio era in gran parte destinato alle chiovère. Ciovère in veneziano, cioverette se l’estensione era minore: terreni destinati alla asciugatura dei panni di lana dopo la tintura, che almeno in parte avveniva nelle chiovère stesse. Non che si trovassero soltanto qui, però. In realtà erano sparse un po’ in tutti i sestieri, come talvolta è testimoniato dalla toponomastica, con caratteristiche comuni determinate dal loro utilizzzo e finalità: si trattava sempre di spazi più o meno estesi e liberi, poco coltivati e ancor meno edificati, quindi di fatto prevalentemente periferici e poco o nulla battuti dal flusso di viandanti. Oggi non è più così, o non sempre: basti pensare all’area di San Rocco - Frari - san Pantalon, dove i nomi richiamano l’antica destinazione d’uso segnalandone la precedente “marginalità”, mentre ora ed è una delle zone più frequentate della città, che si tratti di residenti o di foresti. Ma questo è dovuto appunto dalla trasformazione e dallo sviluppo che Venezia ha vissuto nel corso dei secoli.e e dallo sviluppo che Venezia ha vissuto nel corso dei secoli.
Per avere un’idea di come poteva essere organizzato lo spazio delle ciovère, utilissima è l’immagine cinquecentesca che ce ne dà il grande Jacopo de’ Barbari.
Nelle ciovère le pezze erano disposte su stenditoi di legno, dove venivano infissi numerosissimi chiodi per disporre le corde, in lunghe file parallele. Pare anzi che il termine ciovére derivi proprio da ciòvi, ciòdi, chiodi. Ma lo sfruttamento non si limitava a questo, dato che, contemporaneamente, il terreno erboso serviva anche da pascolo per gli ovini, almeno fino ai primi anni del Novecento. Perché, sì, a Venezia, anticamente e anche fino ad anni relativamente recenti, la presenza di animali di utilità domestica (ovini, bovini) era prassi abituale, con una diffusione che oggi fatichiamo ad immaginare.Esiste comunque anche una diversa ricostruzione dell’etimologia del nome. Secondo alcuni, infatti, ciovère deriverebbe da «clauderiae», termine con cui sono definite in alcuni documenti, in riferimento al fatto che si sarebbe trattato di luoghi chiusi e recintati. Non so quale delle due ipotesi sia più corretta, ma istintivamente trovo preferibile la prima, anche per una “semplice” questione linguistica. Peraltro sono in buona compagnia, perché anche il sempre utilissimo Tassini nelle sua Curiosità Veneziane considera più fondato il collegamento etimologico con ciovi, chiodi.
Sta comunque di fatto che le ciovère appartenevano spesso a privati, quindi non si può escludere che, almeno in alcuni casi, la recinzione effettivamente esistesse. Proprio a San Giobbe, tuttora la toponomastica ci parla di una calle e corte dei Gonella, che erano appunto proprietari di una ciovèra da quelle parti. 
Di questi Gonella abbiamo alcune testimonianze documentali di vario tenore. Così ne parla, ad esempio, una antica cronaca veneziana detta di Balbo conservata alla Biblioteca Marciana (Classe VII, Codice 839):
“Questi vennero da Cremona, et fo uno maestro p.o Gonella, ceroico famoso, qual venne habitar a Venetia, et da lui è discesa la casa Gonella. Questi hanno fatto molte fabbriche in la contrà di S. Hieremia in Canaregio”. 
Nell’albero genealogico appare conservato nei Registri dell'Avogaria in effetti un “Pietro Gonella fisico”, vissuto nel secolo XIV e indicato come capostipite della famiglia. Ne l medesimo albero è presente anche un Vettor Gonella, che fino dal 1511 era “Gastaldo del Principe. Tale incarico lascerebbe intendere che la famiglia, o almeno questo suo rappresentante, godesse in città di un qualche considerazione, perché quella del gastaldo ducale era pur sempre una figura di prestigio. Si trattava di un esecutore delle sentenze civili degli uffici veneziani, delegato dal Doge a svolgere , insieme a suoi ministeriali e comanda dori, una funzione che istituzionalmente spettava al Doge stesso, come strumento di controllo delle comunità a lui sottoposte. La magistratura, di origine longobarda, fu assunta sin dal Duecento dalla Serenissima, che la mantenne in vigore fino al 1797, ovvero alla caduta della Repubblica. Inizialmente Nel corso dei secoli, però, subì varie trasformazione e riforme. Inizialmente si trattava di un solo magistrato, ma a partire dal 1326 i documenti lasciano intendere che questo dovette essere affiancato da un collega; inoltre, forse in concomitanza con un certo declino del potere ducale il ruolo del gastaldo ducale divenne l'ufficio dell'esecutore delle sentenze giudiziarie civili, sia pacifiche, sia contenziose.
Cito in proposito direttamente dall’ l'”Indice generale, storico, descrittivo ed analitico dell'archivio di stato di Venezia”, dove sono conservati gli atti relativi. Il testo, ora disponibile anche online, fu pubblicato tra 1937 e 1940 in due volumi, con l’introduzione dell’allora direttore di Andrea Da Mosto (pp. 102 e 105): 
“L'esecuzione delle sentenze civili di tutte le magistrature veneziane era cura del Doge, che la faceva compiere a suo nome dai Gastaldi, ministri che egli stesso sceglieva fra i Cancellieri inferiori. Ma, nel 1471, si volle che fossero due nobili incaricati di questa funzione, insieme ad un Gastaldo, che sedeva con essi a parità di diritti. Appena due anni dopo, però, nel 1473, il posto di questo fu preso da un altro nobile, e all'officio nuovo, così detto del Sopragastaldo, vennero aggregati due Gastaldi, che insieme ai fanti, curavano la materiale esecuzione delle sentenze ed avevano, inoltre, l'importantissimo incarico di conservare tutte le scritture della Cancelleria Inferiore. […]Le sentenze dei Sopragastaldo non erano definitive; fino al 1485 furono esaminate in secondo grado da tre Procuratori di S. Marco, scelti uno per ciascuna delle Procuratie; dopo quest'anno da un apposito organo composto di tre membri, il Superiore, detto pure Sopra gli atti del Sopragastaldo. Si trova spesso, specie nel Segretario alle Voci, anche l'altra designazione più esplicita e che meglio chiarisce le origini dell'organo: Al luogo dei Procuratori sopra gli atti del Sopragastaldo.”
I nipoti di Pietro Gonella vennero accettati quali “cittadini originari” nel 1596. l 10 luglio 1683 la medesima concessione fu emessa in favore di Domenico Gonella, benché fossero figli d'un Giovanni, uomo violento, che era stato bandito da Venezia, mediante sentenza 4 gennaio 1656 more veneto, per avere percosso il suocero Giulio Vignoni. Questo bando venne comunque revocato il 1° febbraio dello stesso anno, l’offeso aveva ritirato la denuncia o comunque dichiarato “pace” con l’offensore. Giovanni però doveva essere un tipo orrendamente brutale, se il 30 ottobre 1665 fu nuovamente bandito per aver preso a pugni in faccia la propria sorella Marcolina, “cavandole una pupilla degli occhi, che poscia, con efferata barbarie, raccolse da terra ove era caduta, e diede alle fiamme”. Tuttavia, incredibilmente, giunse a liberarsi anche dal nuovo bando il 25 gennaio 1679 m. v.- Con suo figlio Pietro la famiglia Gonella si estinse, dopo a aver conosciuto una fase di irrimediabile decadenza rispetto allo splendore dei secoli precedenti, quando aveva accumulato ricchezza e prestigio avendo avuto modo di combinare matrimoni e stringere legami di parentela con molte famiglie patrizie. Nei suoi tempi migliori aveva posseduto, oltre a numerose proprietà in terraferma e “navigli proprii coi quali andava mercanteggiando” e “ in Canaregio, e precisamente al «Ponte di S. Giobbe», un palazzo, passato poscia in mano dei patrizii Valier ed ora distrutto, parecchie case, una tintoria, ed una «posta di chiovere». Appunto, come dicevamo. Il palazzo detto Ca’ Gonella, che sorgeva sulla riva opposta alla Punta di San Giobbe - da allora in poi denominato Valier-Gonella - fu acquistato nel 1572 da Silvestro Valier, discendente in linea diretta da quel N. H. (1354), Andriol Patrizio Veneto, stabilitosi sin dal XIV in contrada di San Raffaele, dando così inizio a uno dei vari rami della casata. I Valier erano una famiglia patrizia antichissima e onorata: anche senza dare troppo credito alla leggenda agiografica che la vorrebbe far derivare dalla romana Gens Valeria, è certo che si hanno tracce della sua esistenza in Venezia già fin dal IX secolo, e apparteneva al ristretto e prestigiosissimo numero delle casate rappresentate nel Maggior Consiglio da uno o più membri, senza interruzione per cinquecento anni, dalla Serrata del 1297, fino alla fine della Serenissima nel 1797. Il Silvestro in questione era il prozio di quel Bertucci (o Bertuccio, forse) che nascerà proprio nel palazzo di San Giobbe e in seguito terrà un breve dogado dal 1656 al 1658, anno della morte. Ebbe ben undici figli, fra cui un altro Silvestro, anch’egli destinato a ricoprirla massima magistratura repubblicana, al potere dal 1694 al 1700.
L'edificio era grandioso e noto per il fatto di avere uno dei più spaziosi saloni di Venezia. Da Carlo Ridolfi, apprendiamo anche che esternamente era affrescato con chiaroscuri rappresentati storie e scene “di fantasia” opera del pittore Santo o Sante Zago. Di quest’ultimo non sappiamo molto, se non che nacque a Venezia intorno al 1500 e morì probabilmente prima del 1568; certamente era attivo in città intorno alla metà del secolo e fu allievo o seguace di Tiziano. Dipinse, fra gli altri lavori, una replica della tela tizianesca tuttora conservata nella chiesa di San Marzilian (vale a dire San Marziale, oggi chiesa vicariale della Madonna dell’Orto) e rappresentante Tobia con l’arcangelo Raffaele. Inizialmente attribuita anch’essa a Tiziano, l’opera dell’allievo è invece conservata nella chiesa di Santa Caterina, sempre a Canaregio, nella navata destra, sopra la porta della sacrestia. È visibile, benché non automaticamente accessibile, perché la chiesa, antichissima e di impianto gotico, è attualmente parte del complesso del liceo-convitto Marco Foscarini, dove è adibita ad aula magna e spazio per conferenze ed eventi culturali. Ma, chiedendo, l’accesso è consentito.
Quanto a Ridolfi, onore al merito. Biografo degli artisti veneti ed artista egli stesso, è ricordato soprattutto per aver scritto varie biografie di vari pittori veneti. Dopo le vite di Tintoretto (1642) e di Veronese (1646), pubblicò una raccolta una raccolta di biografie intitolata Le Maraviglie dell'arte (1648). Certo, alcuni suoi giudizi critici appaiono superficiali o ingiustificati, e lo stile è spesso ampolloso e pesante, ma nonostante ciò, i suoi libri, e specialmente queste Meraviglie, ricche di aneddoti e di notizie curiose, rimangono comunque una fonte fondamentale per la storia della pittura del Cinquecento veneto, venendo provvidenzialmente ad integrare le più famose Vite del Vasari, che, da buon toscano, trattava soprattutto autori corregionali e dedicava invece assai scarsa attenzione agli artisti della Serenissima. Almeno anticamente, mai troppa simpatia fra toscani e veneti…

Torniamo al palazzo. Il doge Silvestro non ebbe discendenza diretta, perciò la proprietà passò di mano e andò a Valerio (figlio di un tal Bembo) del ramo di Santa Maria Formosa. Ma le sorti dell’edificio, che nel tempo si era rivelato piuttosto sfortunato, nel XVIII sembravano ormai segnate. Già il 1° luglio1541, infatti, era stato colpito da un terribile temporale che ne fece crollare i camini. E che così ci viene raccontato del Barbo: “...rovinò tutti li camini della cha Gonella, quale è di uno nominato m.r Vettor, et molti altri di Canaregio”. Nel 1756 fu poi devastato da incendio, evento non inconsueto nella Venezia del passato (e non solo, come purtroppo sappiamo). Il palazzo finì per essere completamente demolito tra il 1789 e il 1805, mentre al suo posto furono costruite delle abitazioni senza nessuna particolare pretesa. In seguito, nella seconda metà del Novecento, anche queste case furono abbattute e sostituite da uffici delle poste. Anonimi e bruttarelli assai. Dell’antica magione resta oggi visibile solo il portale attraverso il quale si accede alla calle ed alla corte (privatizzata) che portano il nome Gonella. Lo stemma araldico della famiglia, a forma di stella a otto punte si trova su un muro non lontano, sulla fondamenta di san Giobbe.
Sulla fondamenta di Canaregio si trovavano anche delle cioverete; la descrizione della contrada di S. Geremia fatta nel 1713 e riportata dal Tassini ci parla a proposito di un “loco ove si fabbricano panni ad usanza di Olanda, Chiovere, Tentoria, campagna, horto, tezze, casa da statio, ed altre casette e botteghette, fondo dell'Ill.mo Sig. Contin Carara; et li sudeti stabili sono stati fabricati dal consortio Carara, Cotoni, Pietro Comans, e Gabriel Berlendis, e l'horto sud.o delle Chiovere è posseduto dal sud.o Carara, et al presente il tutto è in lite senza affittanza”.
Ancora una volta vengono citati i privati (Sig. Contin Carara) proprietari dei terreni e dell’impresa in essi esistente. Documento interessante questo, perché attesta l’esistenza di ciovère e di una tintoria ancora nel XVIII, quando l’arte dei ciovaroli era ormai in decadenza: infatti nel 1773 la statistica contava soltanto otto capimaestro e sei figli di capimaestro.

Sempre dal Tassini apprendiamo inoltre che le ciovère, data la loro conformazione, in determinate occasioni, si prestavano ottimamente anche per attività per nulla lucrative, per esempio ospitando il gioco del pallone o addirittura le cacce al toro (ne ho parlato tempo fa in altri post). E particolarmente famosa era proprio la caccia che si teneva alle ciovère di Canaregio, denominata Festa dei Diedi, perché i membri della famiglia Cavagnis o Cavanis , di professione becchèri (infatti a san Giobbe cosa c’era?Il Macello? Oggi sede di una facoltà di Ca’ Foscari) usavano invitarvi a Carnevale i Diedo di contrà San Lorenzo, che potevano partecipare con quanti amici e parenti volessero. 
Questo evento poteva arrivare coinvolgere addirittura cento tori: che sono tanti, ma si ricordi che per ogni “turno”, all’ora prefissata, uscivano dal recinto in campo fino a sei animali, che portavano appesi alle corna dei fuochi artificiali allo scopo di aumentarne l’eccitazione e rendere più scenografico lo spettacolo. Tra le grida del pubblico, venivano aizzati contro di loro dei cani, che dovevano in un certo modo dimostrarne la resistenza. Una volta catturato, il toro, continuamente istigato dai cani, veniva trattenuto per le corna tramite funi dai “tiradori”, che in tal modo provavano la loro forza ed abilità. 
Nelle cacce di Canaregio, un ruolo speciale era riservato proprio ai Diedo, che avevano l’esclusiva nell’elezione dei tiratori. Il clou del brutale spettacolo era il finale, rappresentato dall’entrata in campo del massaro, uno dei più abili componenti della corporazione dei bechèri (eccoli qua i Cavagnis padroni di casa!), il quale, quasi fosse un matador, si esibiva nell’uccidere il toro, staccandogli la testa, possibilmente con un solo colpo di spadone. 
Era inteso che a questa specie di corrida facesse seguito un lauto banchetto con abbondanti libagioni. Evidentemente tutti ne approfittavano volentieri, se le cronache parlano di tavolate capaci di raggiungere anche gli ottanta coperti.
Quali fossero i rapporti e i reciproci obblighi tra i Diedo e i Cavanis non è chiaro. Qualche ipotesi (senza peraltro giungere a nessuna interpretazione definitiva) ce la fornisce quel M. Battagia della “Cicalata sopra le Cacce di Tori Veneziane. Venezia, Merlo, 1844” citato dallo stesso Tassini. Egli ritiene che l’invito dei Cavagnis fosse dovuto al fatto che le finestre delle loro case davano appunto sulle ciovère dove si svolgeva la caccia. Inoltre, essendo macellai, è possibile che essi dovessero fornire i cento tori necessari. Ma perché? La spesa era notevole, e ripetuta di anno in anno. Esisteva una disposizione in proposito da parte dello stato? E per quale motivo? Magari un privilegio di cui godevano i Diedo in virtù di benemerenze acquisite presso la Serenissima? 
E qual era la posizione dei Cavagnis? Avevano degli obblighi? Oppure offrivano tutto per ingraziarsi i favori di una famiglia ricca e potente? Improbabile. È invece più plausibile che, semplicemente, ospitassero i Diedo e si incaricassero di allestire il banchetto, ma alle spese provvedesse qualcun altro, se non gli stessi facoltosi patrizi. Come cortesia, da parte dei bechèri, forse poteva anche bastare. Nessuna certezza, tranne il fatto – ribadito dal Battagia – che le ciovère non erano di proprietà dei Diedo.
                                                                Daniela Palamidese


Nessun commento: